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Caccia ai Data Scientists

Chi sono i data scientists? Perché sono la figura più richiesta al momento?

In un mondo che sembra andare sempre più velocemente verso la tecnologia e i social network, le aziende sentono la necessità di gestire la grande quantità di dati e di informazioni che provengono dal web.

In un’era che viene definita “Data Revolution”, le aziende sono invase quotidianamente da dati che sono, oggi come non mai, destrutturati, veloci, provenienti da fonti eterogenee.

I sistemi e i processi tradizionali, in grado di fornire informazioni certe al decisore, non sono però in grado di gestire tale velocità e varietà; ecco perchè, già nel 2013, la Harvard Business Review definiva il data scientist la “professione più sexy del 21esimo secolo”.

Ma in che cosa veramente consiste questa nuova figura professionale?

Gli scienziati dei dati” vantano di competenze multidisciplinari; attraverso il loro lavoro è possibile trasformare i dati online in informazioni utili per il mercato. È possibile gestire dati di grande complessità (ad es. geospaziali) e utilizzare algoritmi di ricerca, capaci di scandire (data mining) immensi database di terabyte di dati in tempi relativamente brevi.

Su una cosa tutti gli analisti concordano: uno dei problemi dei prossimi decenni sarà il gap tra la scarsa offerta e l’abbondante domanda di data scientists.

Il colosso globale della consulenza McKinsey stima, infatti, che entro il 2018 ci sarà una domanda di queste figure professionali superiore del 40-60% rispetto all’offerta.

Tuttavia, mentre questa nuova figura professionale è diventata portante nel mercato del lavoro negli USA, Big Data e analisti stanno entrando nella mentalità delle aziende italiane solo recentemente. Nel 2016, infatti, la domanda per specialisti in questo campo è aumentata del 137%, come riportato dall’Italian labour market digital monitor, per lo più concentrata in Lombardia (58%) e poi nel Lazio (17%).

Secondo l’Osservatorio Big data analytics & business intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, solo 3 su 10 aziende italiane hanno reclutato un data scientist. Recenti ricerche dimostrano che il mercato è, però, in continua crescita; i Big data, infatti, rappresentano le priorità di investimento per il 44% dei CIOs anche in Italia, per un mercato che stimiamo valga 900 milioni di euro.

Oggi è dunque il momento di evolvere da preziose ‘insight’ basate sui dati ad una sistematica strategia ‘data-driven’ che permetta di acquisire vantaggio competitivo e di monetizzare servizi a valore aggiunto basati sull’analisi dei dati.

Il mercato degli Analytics nel 2016 in Italia è cresciuto del 15% e, sebbene, la Business Intelligence rimanga la componente preponderante con 722 milioni (+9% in un anno), la parte Big Data (183 milioni) pare essere cresciuta addirittura del 44%.

Il 39% dei CIOs italiani vede Business Intelligence, Big Data e Analytics come priorità di investimento principale nel 2017 per l’innovazione digitale.

D’altronde vivendo in un’era estremamente digitalizzata, la capacità di incrociare preliminarmente i dati in possesso (provenienti da molteplici fonti), con particolare attenzione a quelli che provengono dai social network, blog, web server, o dalle registrazioni online, rappresenta un importante punto di forza per ogni tipo di azienda. La figura del data scientist aiuta l’azienda nell’ abbattere costi operativi (per esempio con la predictive maintenance), ridurre i tempi di produzione in fabbrica, personalizzare i servizi o prodotti con i dati “Internet of people”, migliorare advertising ed e-Commerce con lo studio dei comportamenti dei consumatori, e infine anche “monetizzare i dati”, cioè vendere servizi a valore aggiunto ad altre aziende basati appunto sui dati raccolti e sulle analisi fatte.

Secondo “Data Jobs”, portale che certifica le varie mondiali tariffe di lavoro, la retribuzione media per una così multidisciplinare figura professionale varia dai 85 mila a 175 mila dollari all’anno; pare, infatti, che Facebook e Linkedin paghino i data scientists più degli ingegneri informatici. È il caso allora di dire: “Big Data Big Salary”.

Il mondo delle informazioni digitali prevede continui sviluppi; sono infatti previste crescite esponenziali anche per questi ultimi dati; basti pensare che da qui al 2020 il settore delle soluzioni di analytics per Big Data crescerà del 12% l’anno – attualmente vale i 130 miliardi – raggiungendo i 203 miliardi tra 4 anni.

Percentualmente si tratta di una crescita media del 11,7%, in lieve accelerazione rispetto al +11,3% che il 2016 ha registrato rispetto al 2015. Accelerazione che secondo Idc, primo gruppo mondiale specializzato in ricerche di mercato, consulenza e organizzazione di eventi in ambito IT, è dovuta in particolare non solo alla tecnologia ma a un cambio culturale che fa propendere verso le decisioni basate sull’analisi concreta dei dati. I settori di applicazione in cui le soluzioni di analytics per Big Data trovano e troveranno maggiore spazio sono banking, manufacturing di prodotto e di processo, PA e servizi professionali. Insieme, questi ambiti muoveranno quasi la metà degli investimenti fino al 2020.

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