Musement, ogni viaggio una scoperta

JEME, la Junior Enterprise dell’Università Bocconi, presenta “Young Entrepreneurs”, una rubrica dedicata al mondo dell’imprenditoria giovanile, in cui ogni settimana sono pubblicate le testimonianze di alcuni dei protagonisti del mondo delle startup e delle imprese più innovative d’Italia. La campagna si prefigge lo scopo di raccogliere le loro storie, le loro aspirazioni e i loro consigli e di descrivere le caratteristiche di un mondo che in Italia è in costante sviluppo. Molti di questi young entrepreneurs hanno partecipato all’omonimo evento, tenutosi il 5 maggio 2014 all’Università Bocconi e organizzato da JEME, che aveva l’obiettivo di mettere in contatto i più importanti attori di questo settore, come startupper, fondi di venture capital, incubatori e professionisti dell’IT. 

Ecco l’esperienza di Alessandro Petazzi, CEO di Musement, la piattaforma che ti permette di pianificare in pochi passi il tuo viaggio e vivere un’esperienza a 360 gradi che farà diventare indimenticabile il luogo che scegli di visitare.

Come hai avuto l’idea della tua start up? Cosa o chi ti ha spinto a proseguirla?

Ciò che mi ha dato la spinta è stato, in un primo momento, un senso di frustrazione personale; infatti noi eravamo partiti con un’idea molto più limitata di quella che poi è andata realizzandosi. L’input è derivato dal fatto che, sia io che uno dei miei soci, siamo molto appassionati di mostre e musei e tutte le volte che ci andava di visitarne qualcuno, per evitare di fare la coda, tentavamo sempre di comprare il biglietto online. L’esperienza era ogni volta molto frustrante, data la poca facilità con la quale si potevano concludere questi acquisti in rete. Non c’era nessuna app mobile, nessun sito ottimizzato per la telefonia mobile che poteva essere utilizzato quando si era già in loco. Tutta una serie di problemi legati a questo mondo, ci ha fatto chiedere se fosse davvero possibile che non ancora esistesse qualcosa di più “user friendly”. Questo è stato il punto di partenza. Da qui, abbiamo fatto un’analisi di mercato per capire effettivamente le opportunità e ci siamo resi conto che un player di questo tipo a livello mondiale non ancora c’era e abbiamo deciso di partire col progetto. Poi, in corso d’opera abbiamo aggiustato il tiro poiché ci siamo accorti di quanto le potenzialità del progetto fossero maggiori di quelle che avevamo inizialmente previsto.

Infatti anche il vostro nome richiama l’idea dei musei, giusto? 

Si, di fatto nel nome si può ravvisare l’idea originale dei musei, ma abbiamo voluto che potesse essere vissuto anche in maniera diversa. Ovviamente, non appena si conosce la storia dei musei l’associazione è inevitabile ma, se questo non accade, la si fa riferire a tante altre realtà. Ad esempio abbiamo fatto vari test, soprattutto su persone di lingua inglese, ed abbiamo scoperto che viene più associato al concetto di “amusement”, quindi all’idea dei parchi divertimento. Quindi possiamo dire che, anche in questa accezione più allargata, il brand mantiene la propria identità. Se poi in futuro cambieremo lo scopo delle nostre attività, casomai penseremo anche ad un cambio di nome.

Quali sono i traguardi più importanti che hai raggiunto? E quali quelli che vuoi raggiungere? 

Direi che quello più importante raggiunto fino ad ora è l’aver dimostrato che il mercato c’è, la domanda per le cose che vendiamo è presente e si possono raggiungere i clienti in maniera economicamente efficiente. Abbiamo quindi dimostrato quello che è il “product-market fit”, nella terminologia tipica delle start up, che è già un primo passo. Quello che dobbiamo ancora fare è dimostrare che è fattibile su larghissima scala, dato che i nostri volumi sono anche migliori rispetto a quanto previsto dal business plan. Di strada però ce n’è ancora tanta. Basta pensare che dovremmo crescere ancora alcune centinaia di volte rispetto ad oggi nei prossimi anni, per rispettare i piani. È chiaro che se guardo a come eravamo un anno o un anno e mezzo fa, rimango sorpreso di quante cose abbiamo fatto. Ma se guardo a ciò che dobbiamo fare nel prossimo anno o comunque nel breve periodo, rimango perplesso sul come riusciremo a farcela. E’ comunque una questione di prospettive e siamo ancora in una fase tutta in divenire.

Quali sono le tre fasi che dall’idea hanno portato al lancio?

A dir la verità il percorso è stato abbastanza immediato. Avevamo, io e i miei co-founder, la netta percezione del fatto che fosse necessario accedere a dei fondi esterni, cosa che non è poi così ovvia. Nel mio caso infatti, questa è la seconda idea imprenditoriale della mia vita. La prima non aveva avuto bisogno di grandi capitali, era stato possibile avviarla con una procedura di “bootstrap” puro, ma questo con Musement non è stato nemmeno ipotizzabile. Chiaramente c’è da spendere in risorse umane e in marketing prima di avere dei veri e propri ritorni. Per ottenere fondi “nature capital” è necessario avere un prototipo funzionante, dimostrando che almeno concettualmente l’idea poteva funzionare. Quindi questo è stato fatto. Abbiamo creato una prima versione “beta” del sito, che attestasse come potevano essere coordinate insieme le informazioni su musei e altre attività turistiche di una determinata città. Abbiamo così ottenuto un investimento Seed, con il quale siamo partiti in maniera più seria; abbiamo lanciato commercialmente a marzo, fino ad arrivare qui.

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Quale bisogno dei tuoi clienti vai a soddisfare?

In senso ampio, il nostro intento principale è quello di aiutare le persone ad avere delle vacanze più significative. Per capirci, prima le vacanze venivano vendute a pacchetto da agenzie di viaggio che assemblavano volo, albergo più eventuali attività. Invece, già da ormai 15 anni, con l’avvento di internet ci siamo progressivamente abituati ad un un viaggio più “unbounded”, spacchettato, dove si sceglie separatamente come viaggiare, dove dormire ecc. Così facendo però, quasi sempre non ci si organizza in anticipo su cosa fare, ma si rimanda a quando si è già sul posto. L’idea è stata quella di concentrarsi su questo aspetto. Per realizzare il nostro scopo, ci stiamo sforzando di capire cosa è rilevante per ciascun tipo di cliente in modo da offrirgli delle opzioni di attività che possano realmente interessarlo. Per ora tutta questa selezione a monte non c’è. L’obiettivo che ci siamo posti non è banale; vorremmo riuscire “targetizzare” gli interessi delle varie tipologie di utenti, riuscendo a dedurre da come si qualifica e come si comporta online, a quale tipo di cliente corrisponde potenzialmente.

Quali nuove sfide stai affrontando? Dove volete espandervi? 

In questo momento la mia sfida più grande è quella di far crescere il team fino a una trentina di membri dai 16 attuali, cercando persone competenti e con lo spirito giusto per la nostra impresa. Fino a poco tempo fa avevamo quasi 10 posizioni di vario tipo aperte su Linkedin, dunque una sfida in apparenza semplice ma che alla fine potrebbe rivelarsi più complicata e importante di quello che sembra. Altre sfide sono innanzitutto quella di far crescere l’offerta fino a 10.000 prodotti in vendita in tempi abbastanza rapidi, dobbiamo poi entro l’anno prossimo quadruplicare il fatturato e altre mille piccole sfide per migliorarsi sempre di più.

Quali sono le tre cose che secondo te uno startupper deve assolutamente avere? 

Sicuramente la determinazione, bisogna veramente credere nella propria idea e non abbattersi alla prima difficoltà, nella consapevolezza che i momenti duri ci sono e continueranno sempre ad esserci. Ho di recente letto un articolo molto interessante sul New York Times che criticava la tendenza a strumentalizzare e mitizzare troppo il fallimento; infatti, se è vero che dal fallimento si impara, è anche e soprattutto vero che esistono tipi e tipi di fallimenti più o meno gravi: un conto è se sei nella Silicon Valley, altra storia è se sei in Italia dove il fallimento porta con sé conseguenze abbastanza gravi e sicuramente non auspicabili. La seconda dote credo che sia la lucidità e la coscienza dei propri limiti: per poter vincere le sfide bisogna avere ben chiaro nei minimi dettagli innanzitutto in cosa esse consistano. In ultimo direi che un bravo startupper deve essere in grado di aggregare un buon team, tentando sempre di circondarsi di persone più brave di lui nei rispettivi ambiti ; un buon team per me deve essere formato da persone competenti e soprattutto coese.

Hai tre consigli da dare a un giovane imprenditore che vuole avviare un’attività? 

Il primo consiglio è molto semplice: l’execution è tutto, dunque bisogna costruire qualcosa di concreto. Ad oggi un PowerPoint non basta, ci vuole qualcosa di più. Il secondo è di non vedere il fund raising come qualcosa di bellissimo ma piuttosto vederlo nell’accezione di “male necessario”, dunque non come un punto di arrivo ma anzi un punto di partenza per migliorare in un percorso che debba essere il più continuo possibile. Pensando alle difficoltà che abbiamo avuto, mi sentirei in ultimo di consigliare di essere quasi ossessionati dal proprio vantaggio competitivo e dal proprio posizionamento, tenendo sempre bene a mente cosa rende unica la tua idea rispetto alle altre.

Hai lavorato in grandi aziende nel mondo della consulenza, cosa ti ha spinto a provare a creare qualcosa di tuo?

Ero arrivato ad un punto in cui, pur avendo una buona posizione all’interno delle aziende in cui ho lavorato, mi trovavo a dover troppo spesso giustificare e spiegare le mie idee a quelli che all’epoca erano i miei superiori; e questo mi stava stretto. Ero assolutamente convinto delle mie idee e dunque ho deciso di mettermi alla prova sul mercato in prima persona. Sicuramente è stata una scelta rischiosa, ma penso sia molto meglio esporsi su una cosa che senti tua e magari essere pronti a subirne le conseguenze, piuttosto che continuare a convincere altri su idee di cui talvolta non si è neanche del tutto convinti.

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